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ATENEI TRA DUE DECRETI: PURCHÉ 35 ANNI NON SIANO PASSATI INVANO

 di Enrico Santarelli 08.01.2009

Paghiamo ancora le conseguenze del reclutamento indiscriminato di docenti disposto quando esplose la domanda di istruzione universitaria. Nelle nuove misure per gli atenei si prefigura sia una rottura con il passato sia una ripetizione di alcuni degli errori più grossolani che lo hanno caratterizzato. Da un lato introduce l’impiego di procedure di valutazione della ricerca, ma dall’altro si rischia di riprorre un meccanismo di assunzione dei giovani senza una selezione rigorosa e senza creare un contesto ambientale idoneo ad attrarre i ricercatori migliori.

L’università italiana risente ancora della sanatoria realizzata con il D.P.R. 11 luglio 1980, n. 382, che consentì ai “precari” degli anni Settanta, i professori incaricati stabilizzati, di essere inquadrati nel ruolo degli associati previo superamento di un giudizio di idoneità e senza obbligo del giudizio di conferma. Il provvedimento portò all’assunzione di una categoria di docenti reclutati in gran fretta per effetto  dell’articolo 4 del D.L. 1 ottobre 1973, n. 580 recante “Misure urgenti per l’università” e noto, dal nome dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, come “decreto Malfatti”. Questo decreto era stato varato per ampliare il corpo docente a fronte dell’esplosione della domanda di istruzione universitaria successiva alla liberalizzazione degli accessi alle Facoltà introdotta nel 1969 e rimasta tra le conseguenze più significative del Sessantotto italiano.

LE CONSEGUENZE DEI DECRETI

Del combinato disposto del D.L. 580 e del D.P.R. 382 paghiamo ancora i costi, con una generazione di docenti che, immessi in ruolo tutti insieme e senza una reale selezione, dopo aver completato rapidamente la carriera durante le prime tornate dei concorsi nazionali per ordinario (dominate dal criterio dell’anzianità), si sono specializzati nella gestione del potere accademico. Non di rado con una progressione verticale che li ha portati ad occupare in sequenza le posizioni di Direttore di Dipartimento, Preside, Pro-rettore e Rettore. Con il senno di poi – ma intellettuali come Paolo Sylos Labini lo denunciarono subito, puntando l’indice contro le stabilizzazioni ope legis e preconizzandone le conseguenze negative – una misura demagogica che ha pesato come un macigno sui tentativi successivi di costruire un sistema universitario efficiente. Vale a dire un sistema che da un lato selezioni con rigore i docenti e dall’altro apra realmente l’accesso all’istruzione terziaria, sostenendo finanziariamente gli studenti meno abbienti (Ballarino e Checchi, 2006).
Dagli errori si può imparare e la fase di turbolenza che sta caratterizzando l’università italiana potrebbe portare ad assetti e regole in grado di chiudere definitivamente con questo passato.

LE DISPOSIZIONI? SEMPRE “URGENTI”

Il decreto legge 10 novembre 2008, n. 180 – emendato dalla Commissione Istruzione del Senato nella sua Seduta n. 55 del 27 novembre – ha in comune con il 580 l’aggettivo urgenti, riferito in questo caso alle diposizioni che esso contiene “per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”. Se questa coincidenza terminologica da un lato suscita sensazioni sinistre, dall’altro lascia sperare che alcune parti del decreto possano rappresentare un momento di svolta nel processo di riforma dell’università italiana.
In realtà, il decreto prefigura sia una rottura con il passato che una riproposizione di alcuni degli errori più grossolani che lo hanno caratterizzato. Di questa schizofrenia sono emblematici l’articolo1, in due sue parti, e l’articolo 3 bis così come proposto dalla Commissione Istruzione del Senato.

IL CRITERIO DEL MERITO

Il comma 4 dell’articolo 1 prepara il terreno per una reale modernizzazione, riformulando le regole per la composizione delle commissioni di concorso. Tra le auspicabili estensioni di questa regola va annoverata quella proposta da Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera dell’11 novembre (“Chi ha paura del sorteggio”) – e in parte ripresa dalla Commissione Istruzione del Senato nell’art. 3 bis – con l’individuazione di un elenco di professori eleggibili nelle commissioni giudicatrici, individuati non tramite una procedura di votazione ma sulla base della loro produttività scientifica. La proposta è stata ripresa dalla Commissione Istruzione del Senato nell’art. 3 bis che, al comma 2, stabilisce che “il carattere scientifico delle pubblicazioni è stabilito con apposito decreto del Ministro, su proposta del CUN e sentito il CIVR” e al comma 4 prevede l’esclusione dalle commissioni di concorso di quei docenti “che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche individuate secondo i criteri di cui al comma 2”.
Questo accorgimento, che implica l’impiego di procedure di valutazione della ricerca, rappresenta un passo in avanti per lasciarsi alle spalle l’eredità del D.L. 580 e, opportunamente integrato, potrebbe trovare applicazione anche nella riforma della governance delle università, dove pure è necessaria una svolta meritocratica. Estendendo la proposta dei “requisiti di accesso” alla eleggibilità negli Organi accademici (Rettorato incluso), si potrebbe restringere anche in quest’ambito la scelta agli studiosi più valenti, escludendo dall’elettorato passivo quelli dimostratisi incapaci di produrre (buona) ricerca.

UN PIANO PER ASSUMERE GIOVANI

Il comma 3 dell’art. 1 prevede che le università statali possano, nel triennio 2009-2011, destinare alle assunzioni di personale una somma pari al 50 per cento di quella relativa al personale a tempo indeterminato complessivamente cessato dal servizio nell’anno precedente. Purché una quota non inferiore al 60 per cento sia riservata all’assunzione di [giovani]ricercatori a tempo determinato e indeterminato e una quota non superiore al 10 per cento a quella di professori ordinari. Sembra implicita in questo comma la convinzione che sia necessario un piano straordinario di assunzioni di giovani per far fronte all’uscita per pensionamento, attorno al 2015, di gran parte dei docenti entrati nell’università grazie al D.L. 580. Si intende, in pratica, sostituire una generazione reclutata in blocco senza una rigorosa selezione con una generazione (quasi) altrettanto numerosa reclutata con procedura analoga. Come scrive Paolo Garella su lavoce.info l’idea spesso sbandierata dal ministro di turno, sia di sinistra che di destra, di rinnovare l’università con migliaia di concorsi per posti di ricercatore, con gli attuali stipendi, è del tutto controproducente: la qualità media dei concorrenti è, purtroppo, bassa. Persino più bassa, a volte, delle generazioni precedenti, e i concorrenti sono solo italiani.”

IL RISCHIO DI RIPETERE GLI ERRORI

Quello che si stenta a capire (o si fa finta di non capire?) è che l’emergenza didattica (reale) degli anni Settanta ha generato una soluzione che, se replicata, affosserebbe le speranze di riforma dell’università. Partiamo dai dati e da una importante modifica statutaria: 1) tra il 1998 e il 2007 la crescita del corpo docente è stata superiore di quasi cinque volte (+24,1%) a quella degli studenti complessivamente iscritti (+5,48%); 2) a seguito dell’implementazione del Bologna Process (il modello 3+2) dopo il 2000 gran parte degli atenei hanno modificato i propri statuti, introducendo per ordinari e associati l’obbligo di raddoppiare l’impegno didattico (passando da 1 a 2 insegnamenti o, meglio, da 10 a 20 crediti), a parità di retribuzione. Malgrado non vi sia alcuna emergenza didattica e il problema vero sia di rendere sempre più competitiva sul piano internazionale la ricerca prodotta nelle nostre università, si sta riproponendo la stabilizzazione di una intera generazione di aspiranti professori universitari: tutti italiani e spesso formatisi esclusivamente in Italia facendo da portaborse a qualche “baronetto”  diventato tale grazie al cocktail 580/382.
Anziché fossilizzarsi sul “ringiovanimento” e sulla necessità di “scongiurare la fuga dei cervelli” o di promuoverne il “rientro”, sarebbe forse opportuno cominciare a parlare di selezione rigorosa e creazione di un contesto ambientale idoneo ad attrarre i ricercatori migliori. Non di reclutamento in massa di giovani usciti dai programmi di dottorato nazionali ha bisogno l’università. Ma di un sistema coerente fatto di procedure di selezione trasparenti e di retribuzioni adeguate agli standard internazionali, che renda possibile una graduale sostituzione del personale in uscita con studiosi eccellenti di provenienza e cittadinanza italiana o straniera. Eliminando quegli steccati di passaporto e di scuola accademica che hanno fatto dell’università italiana un’entità impermeabile alla globalizzazione e alla circolazione delle idee, cioè a quei fattori che in ogni tempo e in ogni luogo dovrebbero essere alla base della sua stessa esistenza. Se 35 anni non sono passati invano…

Per saperne di più
G. Ballarino e D. Checchi (a cura di) (2006), Sistema scolastico e disuguaglianza sociale, il Mulino, Bologna.

Per gentile concessione di www.lavoce.info


SE NON SI FA PIU’ CREDITO ALL’INNOVAZIONE

SE NON SI FA PIU’ CREDITO ALL’INNOVAZIONE
di Alfonso Fuggetta

Il credito di imposta riconosciuto alle imprese per i costi sostenuti in attività di ricerca e sviluppo è uno strumento agile e efficace. Il decreto anticrisi introduce un meccanismo a prenotazione e altri limiti alla possibilità di fruizione che riducono il volume dell’intervento, eliminano l’automaticità dell’accesso e cancellano la sicurezza della disponibilità in tempi certi delle risorse. Eppure è vitale che la crisi economica non blocchi la capacità di innovazione, rendendo le aziende italiane ancora più deboli di fronte alla competizione internazionale.

Le Finanziarie del 2006 e del 2007 avevano introdotto il credito di imposta per il sostegno all’innovazione e alla ricerca. La misura permette a un’azienda di ottenere un credito di imposta pari al 10 per cento di tutti i costi sostenuti internamente per attività di ricerca e sviluppo e al 40 per cento di tutti i contratti affidati a università ed enti di ricerca.

IL CREDITO DI IMPOSTA PER L’INNOVAZIONE E LA RICERCA

In un paese che spende poco e male per ricerca e innovazione, in presenza di un finanziamento privato alle università molto basso, il credito di imposta affronta alcuni nodi cruciali. È automatico e certo, e quindi non richiede complesse, lunghe e incerte procedure di valutazione ed erogazione. Spinge le imprese ad avere rapporti con le università e i centri di ricerca e innovazione. Stimola queste strutture a essere attente e reattive rispetto ai bisogni e alle istanze delle imprese. In sintesi, il credito di imposta è uno strumento agile e efficace per sostenere i processi di innovazione delle imprese.
Il credito di imposta ha avuto un percorso piuttosto tortuoso, come notavano Daveri e Sacrestano nel loro articolo su lavoce.info, ma all’inizio di questo anno era finalmente divenuto operativo. Inoltre, un importante documento dell’Agenzia delle Entrate chiariva che il credito si applica anche nel caso di contratti affidati a strutture di ricerca private purché non-profit e non controllate in modo determinante da singole imprese. (1) Si tratta di un passaggio importante che allinea la normativa sul credito di imposta alle direttive in materia dell’Unione Europea e allarga lo spettro di applicazione della misura.
Certamente, come qualsiasi altro meccanismo di incentivazione, il credito di imposta può essere utilizzato in modo improprio. Servono quindi severi controlli sia formali che “di sistema”, anche da parte delle associazioni industriali, affinché le potenziali distorsioni siano tenute sotto controllo. Tuttavia, tenuto conto che il nostro paese per decenni ha sprecato ingenti risorse finanziarie sia nazionali che comunitarie in misure poco efficaci o usate in modo improduttivo, non c’è dubbio che l’avvio di uno strumento finalmente efficace e snello costituisca un netto e positivo cambio di passo rispetto al passato.

LE NOVITÀ DEL DECRETO LEGGE ANTI-CRISI

Il recente decreto legge anti-crisi, concepito come stimolo per aiutare imprese e consumatori a superare questo momento difficile, ha modificato il processo di erogazione del credito di imposta, introducendo un meccanismo a prenotazione: l’azienda che volesse richiedere il credito deve fare domanda telematica al ministero; questo, in base alla disponibilità dei fondi, decide se accettare la domanda o rimandarla all’anno successivo. Inoltre, si introducono altri limiti sulla possibilità di fruizione del credito. In pratica, nonostante la relazione di accompagnamento al decreto legge parli di un intervento a “carattere meramente procedurale”, si tratta di un cambiamento che limita fortemente l’impatto della misura, riducendo il volume dell’intervento, eliminando nei fatti l’accesso automatico al credito e cancellando la certezza della disponibilità in tempi certi delle risorse nel conto economico dell’impresa. Inoltre, il disegno di legge rimanda alla stesura di nuovi regolamenti attuativi, che dovrebbero essere emanati nel prossimo futuro, rallentando ulteriormente il funzionamento complessivo della misura.
In un momento di grave crisi economica sono necessarie misure che stimolino e aiutino il rilancio dell’economia. È vitale che la crisi economica non blocchi la capacità di innovazione delle imprese, rendendole ancora più deboli di fronte alla competizione internazionale. Inoltre, negli ultimi mesi molte aziende hanno avviato investimenti in ricerca e innovazione pluriennali, sulla base di valutazioni che prevedevano il credito di imposta. Il sostanziale ridimensionamento della misura introdotto dal decreto e, soprattutto, l’incertezza circa la sua disponibilità creano significativi problemi alle aziende, in particolare a quelle multinazionali, abituate a operare in contesti normativi stabili e con certezza delle regole. Ciò non contribuisce certamente a rendere il nostro paese più attraente agli occhi degli investitori nazionali e soprattutto esteri.
Perché quindi questa limitazione del credito di imposta sulla ricerca? È indubbio che nei momenti di crisi, stante la situazione finanziaria del paese, sia necessario investire in modo oculato. Ma perché non si è esitato minimamente a impiegare risorse molto più ingenti per l’operazione Alitalia o per ripianare i buchi di bilancio di comuni spendaccioni, per fare due esempi, mentre si penalizza l’unico strumento efficace messo in campo negli ultimi anni per stimolare i processi di innovazione delle imprese? In tutti i paesi, il sostegno a questi processi è considerato uno dei cardini di una qualunque moderna politica di sviluppo. Perché per l’Italia deve essere sempre e solo un costo o una forma di assistenzialismo da tagliare?

(1) Si tratta della circolare n. 46/E del 13 giugno 2008.